Alle ONG che salvano vite nel Mediterraneo è dedicato da Saviano il premio per la miglior sceneggiatura a La paranza dei bambini, rimettendo in circolo nella capitale tedesca quei valori che nel 2016 videro premiato (con l’Orso d’Oro) Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Tre anni dopo, la Berlinale si avvia alla conclusione di un percorso già programmato da tempo, tra qualche acciacco strutturale e una serie di vincitori tra i più meritevoli degli ultimi anni.
È stata una Berlino stranamente assolata a dare un caloroso arrivederci al festival cittadino, facendo rimpiangere l’assenza di occhiali da sole in valigia. Chissà, forse un’anticipazione climatica di una delle novità del prossimo anno, che vedrà l’evento spostato in avanti di un paio di settimane per occupare uno slot post-Oscar che arriverà fino a inizio Marzo.

Il cambiamento più grande, però, sarà l’avvento di una coppia di nuovi direttori e di conseguenza la fine del regno del leggendario Dieter Kosslick, occhialini e sciarpa rossa saldamente al timone dal 2001: ha salutato la sua Berlino nel modo che gli è più consono, dando giocosamente spettacolo tra i cartelli “Danke Dieter” e il regalo finale di un orsacchiotto gigante con cui ballare sul palco. L’abbraccio per le telecamere all’italiano Carlo Chatrian è il sigillo dell’organizzazione ferrea della Berlinale, che ha avuto solo quattro direttori dalla sua nascita e a lunghe leadership fa seguire transizioni efficienti e ben pianificate. Chatrian, in uscita da Locarno, avrà ora il compito di pilotare la kermesse tedesca verso il nuovo decennio insieme a Mariette Rissenbeeksi.

Nel frattempo, l’edizione 2019 si è chiusa con un palmarès eccellente, che la giuria presieduta da Juliette Binoche ha saputo ritagliare da un programma risicato dando rilievo ai film più coraggiosi e radicali. Sia l’Orso d’Oro che il premio per la Miglior Regia – rispettivamente Synonymes e I Was at Home, But – si sono distinti per un cinema aggressivo, dissonante, che non a caso ha ricevuto critiche anche dure; ma si tratta senza dubbio delle due opere più vive viste in concorso, per mano di due registi già noti al circuito festivaliero ma in attesa della consacrazione.

Con la sua energia tattile e sferzante, il regista Nadav Lapid (dedica toccante alla madre Era Lapid, sua montatrice abituale scomparsa proprio durante il montaggio del film) ha messo insieme una corposa riflessione sulla natura del suo paese d’origine, Israele, e una satira sottile dell’essenza parigina. La voragine aperta a forza tra questi due mondi è merito di una performance demolitrice di Tom Mercier, volto e corpo nuovo che in Synonymes ha creato un personaggio folgorante.

Così come folgorante in senso opposto è la prova di Maren Eggert in I Was at Home, But, che ha visto premiata con la miglior regia Angela Schanelec (prima donna tedesca a riceverla). Scavando nel familiare laddove Mercier corre verso l’ignoto, Eggert mette in mostra una vulnerabilità simile in un film angolare, che tratta in modo complesso una vicenda semplice di elaborazione del lutto.

In foto una scena di La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi.

In foto una scena di I Was at Home, But di Angela Schanelec.

In foto una scena di Grâce à dieu di François Ozon.

In mezzo alla forza dirompente di due film che scardinano, trova dolcemente posto François Ozonche ricuce con eleganza. Grâce à dieu gli regala il Gran Premio della Giuria, per un’opera tanto soffice al tatto quanto le altre due sono abrasive. Fa ancora più effetto considerando l’argomento: casi di pedofilia nella chiesa francese portati alla luce da un gruppo di vittime che si insegue, si unisce e si dà il cambio alla ricerca della verità. La superba tecnica registica di Ozon nel legare una storia all’altra ha trovato degna compagnia in So Long My Son, epica familiare cinese premiata per i due attori principali (Yong Mei e Wang Jingchun), e altrettanto raffinata nel gestire vicende corali e sofferto passaggio del tempo.

Già piuttosto corta con i 17 titoli iniziali in gara, la selezione ufficiale ha subìto un altro duro colpo con l’improvvisa notizia a metà festival del ritiro del film di Zhang YimouOne Second. Maestro del cinema cinese e Orso d’Oro 1988, Yimou avrebbe dovuto presentare la nuova opera ambientata durante la Rivoluzione Culturale, argomento rischioso per i censori notoriamente imprevedibili della madrepatria.

Pur se quietata dietro la più classica formula dei “problemi tecnici”, la vicenda rimane bizzarra per la tempistica (di qualunque problema sui contenuti si tratti, solitamente i film vengono fermati prima), ed è una debacle di immagine sia per il festival sia per il concorso in particolare, secondo molti la vera nota dolente del mastodontico evento berlinese. Gestito in modo impeccabile, circondato di eventi collaterali eccellenti e meritori, e supportato da un pubblico cittadino che non è mai sazio dell’altissimo numero di film in programma, il Festival ha però faticato a offrire selezioni ufficiali in grado di soddisfare non soltanto i cinefili ma anche le aspettative più orientate al glamour.

Con Chatrian la Berlinale dovrà prima di tutto cambiare i toni di una conversazione ormai un po’ stantia: la soluzione non potrà limitarsi ad aumentare il tasso di star sul tappeto rosso, ma certamente ci sarà bisogno di rivedere i rapporti di forza e magari premere per strappare titoli a eventi come Sundance. Durante la prima settimana, era pressoché unanime l’impressione che i film migliori visti nei dintorni di Potsdamer Platz fossero Divino Amor di Gabriel MascaroMonos di Alejandro Landes e The Souvenir di Joanna Hogg. Il problema? Arrivano tutti dalle montagne dello Utah, passando per la sezione berlinese di Panorama, creando la falsa impressione di un Concorso non all’altezza.

Nel giorno della scomparsa di Bruno Ganz, altro gigante che pareva eterno, il festival di Berlino è costretto a testare i limiti della sua prodigiosa stabilità. Si mostrano orgogliosi i numeri (economicamente il festival scoppia di salute, anche se quest’anno Potsdamer Platz è apparsa dimessa, con molti locali chiusi e abbandonati) ma è nell’anima che compaiono, forse, dei dubbi. Il red carpet ha accolto grandi maestri (Agnès VardaCharlotte Rampling), divi americani (Christian BaleCasey Affleck) e soprattutto grandi delegazioni entusiaste (sfida tra i grupponi dell’indiano Gully Boy, di Marighella, esordio alla regia di Wagner Moura con il Berlinale Palast riempito dai cori inneggianti al Brasile e a Cuba, e quello tutto napoletano del La paranza dei bambini per la regia di Claudio Giovannesi).
Ma il glamour è una chimera, così necessario quando non c’è e così limitante quando lo si insegue; siamo pronti a scommettere che la Berlinale del nuovo decennio ripartirà sì da nuove date, nuova leadership e nuova gioventù dell’attivismo, ma senza dimenticare la sua identità più profonda.

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